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Cos'è un C.I.E.?

Vediamo di capirne di più...

I centri di identificazione ed espulsione (CIE) sono un'evoluzione (negativa) dei CPT, Centri di Permanenza Temporanea, che erano stati istituiti per quanto disposto nell'articolo 12 della legge Turco-Napolitano (L. 40/1998) per ospitare gli stranieri "sottoposti a provvedimenti di espulsione e/o di respingimento con accompagnamento coattivo alla frontiera" nel caso in cui il provvedimento non fosse immediatamente eseguibile. In questi centri si veniva ospitati al massimo per 36 ore, durante le quali si veniva identificati e, in caso non si risultasse idonei ad avere i diritto di asilo (o altri procedimenti), tramite delle leggi sulla cooperazione fatte con vari Paesi, si veniva riaccompagnati nel proprio Paese d'origine. I respingimenti diretti di persone che cercavano di arrivare in Italia irregolarmente al di fuori dei regolari flussi di migrazione, venivano fatti solo alle frontiere e mai in mare. La legge è cambiata radicalmente con la cosìdetta Bossi-Fini varata nel 2002, e i CPT, sono stati trasformati in CIE, Centri di Identificazione ed Espulsione, in cui la persona viene trattenuta fino a 180 giorni (con elevate spese da parte della comunità) e in cui sono assenti i fondamentali diritti della dignità della persona, in cui è carente l'assistenza medica, in cui vivono assieme ex-detenuti, minori, donne, tossicodipendenti,... Nei CIE non possono entrare né giornalisti, né politici, pressapoco nessuno, e questo evidenzia una preoccupante mancanza di trasparenza. Nell'ordinamento italiano i CIE costituiscono una grande novità: prima non era mai stata prevista la detenzione di individui se non a seguito della violazioni di norme penali. Essendo sorti per far fronte a un'emergenza piuttosto che ad un piano razionale, i singoli centri sono estremamente difformi uno dall'altro tra loro quanto a strutture e gestione. I CIE attualmente in funzione sono 13. Alcuni sono gestiti dalla Croce Rossa Italiana, altri dalla Confraternita delle Misericordie d'Italia, o da cooperative e da associazioni appositamente fondate.

 

NO AI CIE, PERCHE'

Perchè è doveroso, da parte di noi cittadini, opporci con un no assoluto alla costruzione di altri centri di identificazione ed espulsione?

Dalla relazione 'Al di là del muro', Medici Senza Frontiere, gennaio 2010:

«Oltre a persone con status giuridici differenti, di fatto nei CIE convivono negli stessi ambienti vittime di tratta, di sfruttamento, di tortura, di persecuzioni, così come individui in fuga da conflitti e condizioni degradanti, altri affetti da tossicodipendenze, da patologie croniche, infettive o della sfera mentale, oppure stranieri che vantano anni di soggiorno in Italia, con un lavoro (non regolare), una casa e la famiglia o sono appena arrivati. Sono luoghi dove coesistono e s’intrecciano in condizioni di detenzione storie di fragilità estremamente eterogenee tra loro da un punto di vista sanitario, giuridico, sociale e umano, a cui corrispondono esigenze molto diversificate. ... Una adeguata gestione dei diversi bisogni è di per sé inattuabile. … Un limite strutturale che può essere anche alle origini dell’elevato livello di tensione e malessere. Ne sono la riprova le testimonianze dei trattenuti e le numerose lesioni che si procurano, il frequente ricorso che fanno alle strutture sanitarie e ai sedativi, i numerosi segni di rivolte, incendi dolosi e vandalismi e le notizie di cronaca di suicidi, tentati suicidi e continue sommosse. Una tensione che non appare semplicemente legata alla condizione di detenzione ai fini del rimpatrio, ma, anche, al senso di ingiustizia vissuto dai trattenuti nel subire una limitazione della libertà personale pur non avendo commesso reati, e di essere detenuti in luoghi, inoltre, incapaci per loro natura di trattare adeguatamente bisogni fondamentali come salute, orientamento legale, assistenza sociale e psicologica. Il sistema della detenzione amministrativa sembra quindi perseguire non tanto finalità di contrasto all’immigrazione irregolare, quanto una funzione simbolica di “confinamento” di un fenomeno nell’ottica di offrire all’opinione pubblica la scena di un suo possibile contenimento. Una discrasia tra finalità esplicite e implicite dei CIE che, tuttavia, sembra produrre un humus patogeno di inefficienze, abusi, violazioni dei diritti umani e malattie, in larga parte indipendenti dalle modalità operative dei singoli enti gestori.

Testo completo

Da Il Corriere della Sera, 16 giugno 2006:

«I centri di permanenza temporanea sono ridotti ormai a vere prigioni dove si violano sistematicamente i diritti dell' uomo. Occorre trovare soluzioni alternative»: l'afferma il cardinale Renato Martino, presidente del Consiglio vaticano «Giustizia e Pace» parlando a margine della presentazione della «Coalizione internazionale sulla detenzione di rifugiati richiedenti asilo» promossa dal «Servizio dei gesuiti per i rifugiati». Il cardinale dice che «i Cpt italiani sono luoghi dove viene umiliata la dignità umana» e costituiscono «una soluzione che va scoraggiata». «I rifugiati e gli immigrati rinchiusi in questi centri - argomenta - non hanno commesso nessun crimine se non quello di arrivare in Italia per una speranza di salvezza.»

Dall' Appello No CIE Venezia, febbraio 2011:

Venezia Accogliente, solidale, cosmopolita: no al C.I.E., né a Campalto, né altrove. […] La natura stessa di queste centri risulta, in aperto contrasto con i diritti fondamentali della persona umana, riconosciuti da accordi e convenzioni internazionali e con gli stessi principi fondamentali della Costituzione della Repubblica, in particolare gli articoli 3 e 13. Organizzazioni umanitarie e organismi dell’Unione Europea hanno negli ultimi anni denunciato, in innumerevoli occasioni, le invivibili condizioni igienico-sanitarie, la mancanza di una reale assistenza, le troppo numerose morti sospette che si sono registrate nei Centri detentivi per migranti gestiti dal Governo italiano. Le pesanti e illegittime sofferenze generate da queste strutture si sono tuttavia rivelate del tutto inutili nella gestione del fenomeno migratorio nel nostro Paese, con un numero irrisorio di espulsioni realmente effettuate, a fronte delle ingenti risorse pubbliche investite in un vero e proprio business della negazione dei diritti. La scelta del ministro Maroni appare, inoltre, per il suo carattere di imposizione autoritaria come un atto carico di violenza antidemocratica nei confronti della nostra Città e della sua tradizione cosmopolita, come un gesto di arroganza centralistica nei confronti della nostra comunità locale, da sempre attivamente impegnata nell’accoglienza del migrante e nella costruzione solidale di un futuro meticcio.